venerdì 3 agosto 2018

DAVID BYRNE – Trieste, sabato 21 luglio Piazza Unità d’Italia


Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 27 luglio 2018)
Foto di Simone Di Luca

La curiosità era già tanta dallo scorso dicembre quando il concerto era stato annunciato. Poi quando è partito il tour, critiche e commenti on line parlavano in modo davvero soddisfatto. Lo ammetto, con i primi video che circolavano in rete, mi sono lanciato a vedere che cosa David Byrne ci avrebbe servito per questa sua nuova avventura. Una bestemmia per molti questo modo di soddisfare la mia curiosità, così come il poter scoprire in anticipo i brani suonati nei concerti già eseguiti consultando le scalette on line. Ma questi sono pregi e difetti della rete. Da quel momento, ogni dì la voglia di partecipare al concerto cresceva di giorno in giorno e anche se sapevo cosa avrei trovato in quella umida serata di luglio, l'entusiasmo non è venuto meno.
David Byrne è un artista a 360°, oltre che musicista è anche scrittore ed espositore. Forse non ci si ricorda della collaborazione con Ryuiki Sakamoto per realizzare la colonna sonora de L'Ultimo Imperatore di Bertolucci, in molti non sanno abbia scritto diversi libri (cito Diari della bicicletta e il saggio Come funziona la musica), non tutti sono a conoscenza che nel 1998 presentò lui stesso a Trieste la mostra Your Action World da lui realizzata ed esposta al museo Revoltella. Quell'installazione esponeva, tra le altre cose, dei manichini che trovavamo riportati anche sulla copertina del disco Feelings del 1997. Ed in occasione di questo nostro concerto di Piazza Unità d’Italia, un rivenditore di arredi artistici in una via limitrofa, ha voluto rendere omaggio all'artista esponendo in vetrina due stampe che riproducevano un paio di questi soggetti. Per il tour di Feelings, Byrne fece tappa in Regione per la prima volta con un concerto in Friuli per la rassegna Folkest. Poi ritornò una seconda volta nel 2009 a Grado per il festival Ospiti d'autore, per quello che era il tour Songs of David Byrne e Brian Eno (l'anno prima i due avevano pubblicato Everything that happens will happen today, dopo la prima collaborazione di My life in the bush of ghosts del 1981). Questa volta invece il disco si chiama American Utopia ed è stato pubblicato in marzo di quest'anno. Dal disco, per questo tour, verranno estratti sette brani, mente per gli altri si andrà a pescare anche dalla discografia dei Talking Heads.
Spettacolo, e che spettacolo svoltosi sabato 21 luglio a Trieste. L'ultima delle tre date che hanno portato la città in vetta con la rassegna Live in Trieste, organizzata da Zenit srl e Azalea Promotion in collaborazione con il Comune di Trieste e la Regione FriuliVenezia-Giulia, che hanno saputo scegliere sapientemente tre assi da calare in meno di una settimana. Dopo Iron Maiden e Steven Tyler ecco un ulteriore spettacolo musicale però insolito che offre assieme teatro, musica, ritmica e coreografie su di un palco allestito del tutto in modo diverso rispetto a quanto siamo abituati. Un semi perimetro composto da un muro di fitte e fini catene separa la scena dal backstage. Le luci dei palazzi della piazza svelano alla vista le sagome degli artisti che tra poco appariranno passando proprio attraverso le catene come fossero una tenda. I dodici angeli dell'arte, scalzi, che per novanta minuti rapiranno il pubblico, indossano tutti un elegante completo grigio. Oltre a Byrne sul palco ci sono anche due coristi, un bassista, una chitarrista, un tastierista e sei percussionisti. Tutti, nessuno escluso, con strumenti e microfoni wireless per permettere loro di muoversi e disporsi sul palco in totale libertà e dare forma alle coreografie studiate per ogni brano, rendendo così questo show concettuale più che un concerto, una rappresentazione per stupire.
Byrne in prevalenza canta, suona poco durante il set e in quelle rare occasioni imbraccia una chitarra bianca fornita da un braccio che spunta attraverso la tenda di catene, mentre i musicisti entrano ed escono di scena a seconda di quello che prevede il copione. Da dietro alle catene, a seconda dell'illuminazione fornita dalle luci di scena, si riescono a scorgere nel backstage gli espositori delle innumerevoli percussioni usate dai sei fondamentali musicisti ritmici per i quali andrebbe fatto un discorso a parte. Precisi ed essenziali, coreografici e di supporto musicale l'uno dell'altro, cambiano svariate volte gli strumenti a seconda delle esigenze musicali.  Sembra di ascoltare un unico batterista quando si tratta di Pop Rock, ma diventano una batteria brasiliana con tanto di berimbau e cuìca, che perfettamente disegna incastri e produce stacchi di tradizione tropicale o di matrice Afro. In questo fantastico ensemble troviamo Mauro Refosco, storico collaboratore ultra ventennale di Byrne (e non solo), percussionista completo e di eccellente formazione (perdonate le lusinghe, ammetto trattarsi di una debolezza dovuta a gusti percussivo-musicali).
I novanta minuti scorrono via veloci, c'è un solo bis composto da due brani e qualcuno spera in Psycho killer che purtroppo per questa volta rimane fuori dal giro. Ma c'è ben poco da lamentarsi. Anche per la durata dello spettacolo non sento alcuna osservazione. E per forza, dopo uno spettacolo così che cosa vuoi dire?

  














David Byrne - Trieste, Piazza Unità d'Italia American Utopia Tour 21 07 2018 I/III

David Byrne - Trieste, Piazza Unità d'Italia American Utopia Tour 21 07 2018 II/III

David Byrne - Trieste, Piazza Unità d'Italia American Utopia Tour 21 07 2018 III/III

COSMO @ LA FESTA IN CASTELLO - Udine, venerdì 13 luglio Piazzale del Castello


Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 16 luglio 2018)

Essere capaci di saper sfruttare al meglio le carte che ti sono state fornite e riuscir a creare qualcosa di veramente interessante. Ne abbiamo avuto prova il 13 luglio al Castello di Udine con lo spettacolo di Cosmo (Marco Jacopo Bianchi all'anagrafe), dove è stato offerto uno show moderno rivolto al pubblico amante della scena Dance, per lo più composto da persone molto giovani. Una pregevole serata organizzata da VignaPr e da Homepage Festival, andata in scena per l'omonima rassegna e alla quale hanno preso parte per l'apertura di questo evento anche la band locale degli Amari e i Santii. Lo show di Cosmo, entrato a far parte nel circuito dei grossi eventi live, non ha nulla da invidiare ad altri suoi colleghi, e propone qualcosa che difficilmente si potrebbe dire possa essere prodotto nel nostro paese. Già più volte nella nostra Regione anni addietro assieme ai suoi Drink to me, Cosmo ritorna dopo il suo ultimo passaggio triestino del dicembre 2016, quando già faceva ballare e sballare. Questa volta invece porta la sua carovana in Friuli dopo una nutrita serie di concerti e partecipazioni a notevoli eventi come il concerto del Primo maggio che ne hanno confermato la qualità e amplificato la notorietà.
Nella musica e nei spettacoli di Cosmo è possibile ascoltare e trovare di tutto. L'udito gode di sonorità forse insolite per il pubblico di massa e che vengono ricercate tra quanto offerto già trent'anni fa, mischiato con quant'altro realizzato più di recente o che va di moda oggi. L'allestimento del palco invece propone spettacoli conditi con potenti effetti luce degni di un ottimo rave, mentre on stage un set live realizzato assieme ai due percussionisti Mattia e Roberto riportano alla memoria quanto potevamo vedere negli show televisivi degli anni '80 anche grazie al dress code scelto per andare in scena. Qualcuno forse ha da ridire sul cantato in lingua italiana e sul suono della voce, ma secondo me la chiave di tutto sta proprio in questi due elementi, che s'incastrano perfettamente con il resto del prodotto e che vengono individuati soltanto in un secondo momento quanto il danno è già stato fatto e la sua musica ha già creato uno stato di strano ma piacevole compiacimento. L'impianto diffonde musica sublime e limpida, la gente balla al ritmo della potente e arrogante cassa mentre sul palco si assiste all'offerta live delle produzioni sin qui realizzate e ad un set alla consolle che vede protagonista questa volta il solo Cosmo. Chiusura ovviamente con L'ultima festa. Serata davvero sorprendente. Uno dei migliori spettacoli in circolazione in questo momento. E il nome dell'evento non poteva essere più azzeccato scegliendo appunto La festa in Castello.



























Cosmo - Udine, La festa in Castello 13 07 2018 I/IV

Cosmo - Udine, La festa in Castello 13 07 2018 II/IV

Cosmo - Udine, La festa in Castello 13 07 2018 III/IV

Cosmo - Udine, La festa in Castello 13 07 2018 IV/IV

SIMPLE MINDS - Udine, martedì 10 luglio 2018 Piazzale del Castello


Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 14 luglio 2018)


E con questa siamo a sette, numero perfetto. Sto parlando di tutte le volte che i Simple Minds hanno suonato nella nostra Regione. Tutte le provincie possono dire di averli ospitati almeno una volta. La prima risale al 1991 a Lignano allo Stadio Teghil con una replica quattro anni fa ma questa volta all’Arena Alpeadria, poi Trieste nel 1998 allo Stadio Grezar, Palasport di Pordenone nel 2003 e nel 2006, Grado nel 2012 per il tour 5x5 durante il quale presentavano cinque brani di maggior successo per i primi cinque dischi (in quell’occasione la tappa della cittadina rivierasca registrò un sold out in prevendita), e quest’anno Udine al Castello per la prima volta come ha ricordato anche Jim Kerr dal palco salutando il pubblico ad inizio serata. E così, come una partita a Risiko è stata messa una bandierina in ogni luogo, e speriamo ce ne siano delle altre. A Giove Pluvio però sembra non andare giù il fatto che questi scozzesi suonino così spesso da noi, e così anche questa volta ha cercato di rovinare la festa mettendoci lo zampino. Dico questo perché l’ultima volta a Lignano nel 2014, un tremendo acquazzone sembrava voler guastare la serata, ma in quella occasione lo storico vocalist tranquillizzò tutti dicendo che quella per loro era solamente acqua e suonarono il set intero come da programma. E così questa volta, a quattro anni di distanza, l’atavico dio che sembra aver un conto in sospeso con loro, si ripresenta puntuale con la sua pioggia anche nel capoluogo friulano. Pensate sia riuscito nei suoi intenti? Mah chè sì, tutt’altro. Nulla è riuscito nel fermare i Simple Minds e tanto meno il loro pubblico che mai ha accennato a mollare la presa. Motivo ulteriore per fare festa e divertirsi ancor di più, confermando l’ottima organizzazione di Zenit srl che come ogni volta ha saputo scegliere un’ottima band per un luogo eccezionale, e la risposta da parte del pubblico ne è stata la conferma. La data friulana in programma che si è svolta a Udine ricadeva nel tour di Walk between worlds, diciottesima fatica in studio (febbraio 2018), di Jim Kerr e Charlie Burchill (unici rimasti del nucleo originale) a celebrante anche il 40° anniversario della band che sale sul palco alle 21.34 per due ore piene ed intense senza sosta e sotto la pioggia. Sullo sfondo dodici pannelli luminosi a comporre uno schermo luminoso per spettacolari proiezioni colorate che riportano agli show televisivi degli anni ’80 (per non parlare delle tastiere a tracolla degnamente appartenenti a quegli anni lì ed erano anni che non ne vedevo in giro), e davanti assieme ai due storici sul palco salgono altri cinque elementi della band con una notevole quanto insolita elevata quota rosa data la presenza di tre ottime musiciste alle tastiere, alla batteria e ai cori. Diciotto i brani in scaletta (numero che ritorna in ballo, sarà un caso?), un’attenta selezione del meglio della loro carriera. Si apre con The signal of the noise tratta da questo nuovo lavoro che li porta in giro (altri brani dello stesso disco saranno in ordine di esecuzione Sense of discovery, e Walk between worlds che dà il nome al disco), Mandela day (da Street fighting years del 1989), She is a river (da Good news from the next world del 1995), e uno dei pezzi immancabili come Someone somewhere in summertime del 1982 da New Gold Dream, e questo solo per citarne alcuni. Chiusura da fuochi d’artificio con l’esecuzione filata di New Gold Dream, Don’t you (forget about me), Alive and kicking e Sanctify yourself. Saluti finali sotto una battente pioggia…di entusiasmo del pubblico.
















MOGWAI - Sesto al Reghena, lunedì 9 luglio Piazzale del Castello

di Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 12 luglio 2018)
foto di Davide Carrer


Non era mica scontato che i Mogwai potessero suonare dalle nostre parti. Ci vorrà un bel po’ di tempo per poterli rivedere in zona se mai accadrà di nuovo. Chi non ha colto l’occasione per questo concerto di Sesto al Reghena, ha davvero sciupato una buona occasione. Bisogna stare attenti al programma che offre il Sexto‘Nplugged (Associazione Cultura Sexto), ogni anno diverso e ogni anno con nomi interessanti. Ininterrottamente, per un centinaio di minuti circa, il Piazzale del Castello si è riempito di manti musicali alternati a solide muraglie sonore dove cozzare improvvisamente dopo che i primi evocavano lontani e delicati paesaggi autunnali riscaldati da un tiepido sole basso. Tutto questo succedeva lunedì 9 luglio ad opera degli scozzesi Mogwai, uno dei nomi più rappresentativi e longevi della scena Post Rock. Stiamo parlando di una delle prime band che possono venir in mente quando si tira in ballo questo argomento e sicuramente tra quelli a cui è doveroso riconoscere il merito di aver sdoganato questo genere. Non per nulla trovano spazio pure loro nel libro Post Rock e oltre, introduzione alle musiche del 2000 (aut. Cilia e Bianchi, ed. Giunti), un interessante libro dedicato a questo genere e che in quasi due centinaia di pagine riassume e incuriosisce per questo mondo musicale. Tredici i brani previsti in scaletta, compreso l’encore. Una selezione di quanto prodotto in ventitré anni di attività durante i quali sono stati realizzati due live, ben quattro colonne sonore e dieci dischi in studio, tra i quali l’ultimo Every country’s sun del settembre 2017 e dal quale sono state eseguite alcune tracce durante la serata. La nebbiosa atmosfera creatasi sul palco e spinta dalle luci tra il pubblico che cercava di ricomporsi, alla fine stentava a dissolversi. L’impianto aveva smesso di rombare ma le orecchie fischiavano e i corpi vibravano ancora.









PORDENONE BLUES FESTIVAL - XXVII Edizione, serata finale 7 luglio 2018 Parco San Valentino



Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 09 luglio 2018)

Immagini di Elisa Moro
Promopressagency www.danielemignardi.it



E' stata la serata che in questa stagione musicale non poteva assolutamente mancare. Un quadro perfetto sin dal luogo che ha ospitato i concerti, il Parco San Valentino di Pordenone, una piacevole oasi verde urbana che ha dato la marcia in più a tutto il contesto. Partiamo dal principio però, dalla base, dalla manifestazione del Pordenone BluesFestival quest'anno giunto alla XXVII edizione confermandosi come evento solido e ben organizzato. Quest'anno nuovamente per diversi giorni consecutivi la città si è immersa nello spirito dei grandi eventi accogliendo oltre che numerosi spettatori anche moltissimi partecipanti attivi ai vari eventi collaterali. Ci sono state proiezioni, contest, musicisti di strada ovvero i buskers provenienti da ogni dove, e incontri di vario genere. Blues, musica e divertimento non sono mancati e i grossi concerti del parco hanno chiuso le serate proprio come le grandi manifestazioni devono fare. Ecco quindi che si accendono i riflettori del palco per le stelle del cartellone ricco anche questa volta per mantenere alta la qualità delle passate edizioni. La calda voce di Anastacia ha aperto le danze giovedì 5 luglio mentre il giorno successivo due esclusive nazionali dei Dr. Feelgood e Glenn Hughes hanno mantenuto calda l'atmosfera. Chiusura con il botto sabato 7 luglio con tre nomi di tutto rispetto per un numeroso pubblico che ha preso posto con largo anticipo per non perdersi nulla. Il primo a salire sul palco è stato uno stagionato ma non per questo ammuffito Watermelon Slim. Un set di blues grezzo, rurale. Un viaggio alle radici del genere dove tutto è ridotto all'osso. Poche cose ma essenziali per questo bluesman vecchio stile che solamente con armonica, oppure slide guitar, e ovviamente voce ha condotto il pubblico in un fantastico viaggio negli States che ci immaginiamo ogni volta che le note di questo genere iniziano ad insediarsi nelle nostre orecchie. Il pubblico apprezza, si gode lo spettacolo seduto nel prato e tiene il ritmo con mani o piedi. È impossibile trattenersi. Un necessario cambio palco prepara la strada alla seconda stella, ovvero Lee Fields & The Expressions per Soul di classe come solo i grandi possono permettersi. Introduzione strumentale di rito come richiede il genere e si fa spazio al Soul man di questa sera. Un'orchestra di uomini bianchi vestiti con eleganti abiti scuri e un uomo di colore dalla voce calda, vestito in abito bianco. Che spettacolo, per occhi e per orecchie. Per non parlare del cuore, avvolto nel calore della performance. La sera sta calando su di noi, gli alberi aiutano ad anticipare un poco il buio e le stage light invadono il palco facendo decollare lo spettacolare set. La gente è carica al punto giusto, l'atmosfera è di quelle che non provavo da tempo, ed è ora degli headliner. Salgono sul palco i Level 42, britannici di passaggio in Italia per l'unica data. Mark King (basso e voce) e Mike Lindup (tastiere e voce), sono gli unici membri rimasti da quel 1979 quando si sono formati. Ora nella band oltre ad un esplosivo batterista e tre super fiatisti, troviamo anche Nathan King, ottimo chitarrista fratello del fondatore Mark, nella band dal 2001. Inutile dire che i brani più attesi sono le hit degli anni '80 che li hanno resi famosi, quindi ecco Running in the family suonata subito come terzo brano di set list, Something about you e Lessons in love verso la fine. Ma i Level 42 sono anche molto altro, in primis ottima musica suonata in modo eccellente e il pubblico lo sa e non si perde un colpo per tutto il set. Alla fine tra la gente sento solo commenti entusiasti e incrocio sguardi appagati.














Level 42 - Pordenone Blues Festival, Parco San Valentino 07 07 2018 I/III

Level 42 - Pordenone Blues Festival, Parco San Valentino 07 07 2018 II/III

Level 42 - Pordenone Blues Festival, Parco San Valentino 07 07 2018 III/III

Lee Fields & The Expressions - Pordenone Blues Festival, Parco San Valentino 07 07 2018 I/II

Lee Fields & The Expressions - Pordenone Blues Festival, Parco San Valentino 07 07 2018 II/II

GOGOL BORDELLO - Capodistria (Slovenia), sabato 2 giugno Piazza Tito


Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 05/06/2018)
Credit immagini Koda Events-Vigna Pr

Onestamente non mi è facile iniziare a scrivere qualcosa di questa serata. Provo ancora una piacevole sensazione per la quale ogni parola che mi passa per la testa mi sembra banale, scontata o poco adatta. Pubblico, organizzazione, location, band principale e supporter si sono fusi alla perfezione creando una situazione perfetta e degna di venire definita un evento. Assistere ad un concerto dei Gogol Bordello é un'esperienza completa che va ad appagare non solo una necessità musicale, ed è proprio per questo motivo che vederli live è sempre un piacere soprattutto se si tratta della prima volta. Questo perché proprio sul palco danno il meglio di loro aggiungendo altri esplosivi elementi che nella sola registrazione di un disco non è possibile includere. Per il passaggio capodistriano si parte ben dopo l'orario stabilito, quando la sera si è già calata da un bel po' e dopo che gli ottimi Maika, band serbo-croata di apertura, hanno saputo riscaldare il pubblico a dovere. Ecco quindi che si comincia per quelle che saranno due ore e mezza di scorribande musicali in diversi generi ad opera di questo equipaggio di pirati il cui capitano è l'istrionica figura di Eugene Hütz con i suoi baffoni e l'inseparabile bottiglia di vino rosso che ad ogni concerto lo disseta. I brani che compongono la scaletta vengono estratti dai sette dischi realizzati dal 1999 ad oggi. I cavalli di battaglia come Alcohol, Not a crime e Pala tute (in chiusura di serata) si alternano con i brani Break into your higher self scelta per l'apertura e Saboteur Blues (tanto per citarne alcuni) del recente Seekers and finders del 2017 che da il nome a questo tour, mentre sul palco si assiste all'ennesima entusiasmante replica teatral-musicale-cabarettistico dei Gogol Bordello. Balli sfrenati e continui crowd surfing sono le risposte del folto pubblico che, vista la location strategica del concerto, è arrivato anche da Italia e Croazia per poter assistere a questa serata di Gypsy Punk, termine questo che riassume non solo la musica della band dato l'interesse che essa nutra verso l'Est europeo, ma anche per le varie provenienze e nazionalità dei componenti a partire da Hütz, ucraino emigrato negli USA, ma passato per diversi paesi e luoghi (mi torna in mente il film documentario realizzato sul suo conto, The pied piper of Hützovina di Pavla Fleischer del 2007).
Forse sono rimasti fuori dalla scaletta alcuni brani che in molti si aspettavano, ma è inutile pretendere più di quanto già avuto da questa serata curata in modo eccellente dall'ottima e accogliente organizzazione di Koda Events VignaPr che hanno saputo scegliere una bella piazza che grazie al suo contesto storico e architettonico ha esaltato lo spettacolo.











Gogol Bordello - Koper (Slovenija) Titov trg 02 06 2018 I/IV

Gogol Bordello - Koper (Slovenija) Titov trg 02 06 2018 II/IV

Gogol Bordello - Koper (Slovenija) Titov trg 02 06 2018 III/IV

Gogol Bordello - Koper (Slovenija) Titov trg 02 06 2018 IV/IV



PAOLA ROSSATO - Gorizia, 14 maggio 2018, Kulturni Dom

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 14/05/2018)
Fotografie di Dean Zobec

La stessa domanda che già si era fatta spazio nei miei pensieri dopo un primo ascolto del disco, ha continuato ad insistere anche durante il concerto. Dove si era nascosta per tutto questo tempo Paola Rossato? Perché solo adesso ci regala questa piacevole perla di parole e musica? Il disco d’esordio di questa cantautrice goriziana è come un cofanetto dei segreti personali che tutti noi possediamo e all’interno del quale custodiamo gelosamente desideri, sogni, pensieri, sentimenti e ricordi. Un autentico scrigno della vita che pochi di noi però decidono di aprire e rivelarne il contenuto agli altri perché sanno già che si sentirebbero senza veli addosso. Paola Rossato invece no, questo non vale per lei e con decisa maturità umana svela tutte le sue esperienze e lo fa con un bagaglio artistico notevole che funge da ottimo complice per questo suo debutto andato in scena alla Kulturni Dom di Gorizia la sera di lunedì 14 maggio davanti ad una platea impaziente di poter finalmente assaporare dal vivo e in versione completa la suo opera prima dal titolo Facile, anche se per Paola raggiungere questo traguardo è stato tutt’altro che semplice.
I tredici brani del disco raccolgono quanto provato sulla sua pelle a partire da Non Dormo, uno dei pezzi migliori, cronache comuni degli ambienti lavorativi dove tutti sono utili ma nessuno è indispensabile, condizione per cui lo stress non ti porta a dormire, oppure L’uomo delle parole, dedicata ai troppi ciarlatani della società che dietro fiumi di parole millantano possibilità infondate, e la simpatica Emmi (Gr.),  ironico pensiero sugli atti del corteggiamento, eseguita nel finale con il pubblico divertito ad ascoltare e guardare Paola a cantare tra il pubblico (…come i fighi… scherza lei in dialetto scendendo dal palco). Questi sono solo alcuni degli esempi di queste esternazioni artistiche che sorprendono e di conseguenza piacciono per l’abbinamento delle melodie su cui vengono fatte scorrere le parole e la scelta delle musiche che le accompagnano, che variano dal classico stile del cantautorato (con voce e chitarra in primo piano) al Pop, dal Jazz da club a un lieve e raffinato Reggae. Il tutto suonato con invidiabile feeling e maestria dai fidi musicisti Simone Serafini (basso elettrico e contrabbasso), Sergio Giangaspero (chitarre e cori), Ermes Ghirardini (batteria e percussioni), Gianpaolo Rinaldi (pianoforte e tastiere) e le piacevoli incursioni di Mirko Cisilino alla tromba e trombone. Gran finale con bis di rito e un ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile sia la realizzazione del disco che il concerto goriziano, con una menzione speciale per la madre Maria Medvešček, per certi versi produttrice del cd, e il fotografo Dean Zobec, curatore anche del sito e compagno dell’artista.

ALESSANDRO MANNARINO – Trieste 02 maggio 2018, Teatro Politeama Rossetti

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 04/05/2018)
Fotografie di Simone Di Luca

E così, per la prima volta Alessandro Mannarino è passato per Trieste. Un evento atteso sia da fan, sia da artisti della scena musicale locale, che non è stato difficile individuare tra il pubblico nonostante la consistente affluenza. E non c’è neppure di che sorprendersi di tutto questo dato che il protagonista della serata finalmente si sarebbe esibito in questa città che per troppo tempo è rimasta fuori dei suoi itinerari. Ghiotta occasione quindi per tutti per poter assistere al concerto di una delle figure più interessanti tra i cantautori italiani attualmente sulla scena nazionale. Ma quanto tempo è passato dalle sue prima apparizioni e da quei primi passaggi in radio quando si faceva conoscere con Elisir d’Amor che purtroppo non è stata inclusa nella scaletta dei brani? Forse la maturità artistica per Mannarino non è ancora arrivata, ma penso non sarà tanto distante. Ritengo sia solo questione di tempo, e l’ultimo lavoro Apriti Cielo dal quale sono stati suonati svariati brani durante la serata, e l’impostazione concettuale di questo tour L’Impero crollerà, ne sono la conferma.
Durante le due ore intense di spettacolo Mannarino ha ripercorso la sua carriera e stregato il pubblico mediante le storie narranti di personaggi e situazioni che ben si sono incastonate con l’allestimento di scene e luci, ricreando situazioni e atmosfere assaporate con l’ascolto dei dischi e per questa occasione musicate da otto elementi presenti sul palcoscenico, tra i quali si sono potuti notare gli ottimi fiati (sassofoni e fluati) di Renato Vecchio, le belle percussioni di Daniele Leucci e la coinvolgente ed evocativa voce della brava Lavinia Mancusi, anche al violino e percussioni.
Il pubblico scalpita sia in platea che sugli spalti, non vede l’ora di potersi scatenare, e così sulle note di Animali, quando dal palco giunge l’invito ad alzarsi, la gente non si fa pregare e dà vita alla festa sino alla fine riempiendo la sala di ovazioni.
Non poteva andare meglio questo debutto regionale di Mannarino andato in scena al Teatro Politeama Rossetti di Trieste, organizzato assieme a Vivo Concerti e VignaPr. Una prima cittadina che ha lasciato il segno. E la sete di altri spettacoli di Mannarino si sta già facendo sentire.



BLUE MAN GROUP - Trieste, Teatro Rossetti dal 22 al 26 novembre 2017

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 26/11/2017)
Fotografie di Ivana Jurisevic

Fa un certo effetto salire le scale del Teatro Rossetti circondati dal vociare dei bambini. Non si è abituati a questo tipo di confusione che però in questa circostanza rende frizzante l’atmosfera. Entrati nella sala illuminata in modo crepuscolare con musica quasi abissale in sottofondo, l’attesa si fa ancora più eccitante e sembra di stare dentro ad una bizzarra attrazione da parco dei divertimenti, mentre i bambini con le loro voci continuano a fare i padroni della serata. Loro sono in netta maggioranza, ci sono anche diverse scolaresche, ma lo spettacolo è adatto a tutti e scommetto che più di qualche insegnante ha scelto di seguire gli alunni così come qualche genitore ha deciso di accompagnare il figlio pur di vedersi lo spettacolo.
La scenografia che si intravede sul palcoscenico riporta ad uno strano scenario metropolitano di quelli che tanto andavano di moda negli anni ’80, ma la resa dello spettacolo sarà tutt’altro che vecchia o datata. I Blue Man Group stanno finalmente per colorare il Teatro Rossetti dopo aver già imbrattato mezzo mondo con la loro vivacità. La città ne ha ricevuto un assaggio in anteprima nella giornata precedente a questo debutto cittadino quando i tre uomini blu hanno scorrazzato per il centro e invaso il palazzo del municipio seguiti da fotografi e scrutati in modo curioso e perplesso da chi non li conosceva. Ora è giunto il momento di alzare il sipario e presentarsi al pubblico italiano che mai ha visto prima questo spettacolo debuttato nel 1991 negli Stati Uniti.
Colorato, divertente, moderno, musicale, tecnologico, avvincente, imprevedibile, potremmo proseguire ancora per molto prima di fermarci con la lista dei termini e degli aggettivi che si potrebbero usare per descrivere ciò che i Blue Man Group portano in scena perché va oltre ogni sorta di previsione e regalano uno spettacolo unico con il coinvolgimento diretto del pubblico. Simpatiche gag e mimiche sul palco non lasciano alcun dubbio per l’interpretazione delle scene, mentre una band di quattro ottimi musicisti indossa bizzarre tute spaziali colorate luminosamente per accompagnare non solo i vari siparietti ma gli stessi Blue Man quando si sfogano in performance percussive colorate con set di strumenti e vibrafoni realizzati con tubi di plastica. E poi i colori in ogni forma possibile, luminosi, liquidi o creati da schermi che trasmettono filmati studiati per stare al passo con i tempi come funzionanti touch screen di giganti smartphone con tanto di applicazioni. Lo spettacolo è ben strutturato, studiato alla perfezione per stare al passo con i tempi e si muove grazie ad un ottimo staff di operatori nel back stage. Non ci si annoia di certo per tutta la durata dello show soprattutto sul finire quando una vivace invasione di enormi palloni sulla platea, accompagnata da stelle filanti e musica, fa scollare dalle sedie i presenti, nessuno escluso. Alla fine, tutti sul palco giustamente, Blue Man, musicisti e addetti al dietro le quinte per un totale di quattordici persone. Poi, a luci accese nel foyer, foto di rito con tutti, anche con i quattro elementi della live band.
Hanno colto nel segno i Blue Man Group e tutti li salutano come fanno loro, con le braccia ferme, alzate e la mano bene aperta. Un Blue Man Saluto per la prossima colorata visita da parte loro a Trieste. Ottima scelta da parte dell'organizzazione Teatro Rossetti e Show Bees. Repliche sino a domenica 26 novembre. 


I SOVIET + L'ELETTRICITA' 1917-2017 Un secolo di CCCP - Udine, 15 novembre 2017 Teatro Nuovo Giovanni da Udine

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 18/11/2017)
Fotografie di Nicola Lucchetta

Foto di Nicola Lucchetta
Finalmente qualcosa di diverso. Non il solito tour teatrale, non la consueta rappresentazione di uno spettacolo già visto, ma un inedito incontro tra il concerto, la rappresentazione scenica e un discorso di piazza di quelli che la storia ci ha fatto conoscere. Ideologie politiche a parte (non sto scrivendo per questo motivo e non è mia intenzione fare alcuna propaganda o critica verso nessuno), questa volta si è trattato di uno spettacolo a tema che ha voluto celebrare il centenario della Rivoluzione russa, evento storico fondamentale per Massimo Zamboni ideatore di questa iniziativa che decide di inscenare un comizio musicale dove la scenografia semplice ma incisiva richiama agli allestimenti dell’epoca per i grandi oratori. Ecco quindi che va in scena nel capoluogo friulano al Teatro Nuovo Giovanni daUdine, I Soviet+l’elettricità 1917-2017 Un secolo di CCCP (organizzazione Azalea.it). Sin da subito però il sospetto è che il pubblico partecipi alla serata principalmente per il trascorso Punk di Zamboni e Fatur nei CCCP Fedeli alla linea, e delle più recenti rivisitazioni dello stesso repertorio assieme ad altri compagni presenti anche in questa occasione (Angela Baraldi, Max Collini degli Offlaga Disco Pax, Simone Filippi degli Ustmamò). Filmati d’epoca, testi storici e racconti recitati compongono la set list assieme a brani dei già citati CCCP (Spara Jurij, Live in Pankow, A ja ljublju SSSR) e dei C.S.I (Cupe vampe e Unità di produzione), tutti rivisti musicalmente per l’occasione e decisamente in grado di catturare l’attenzione. Danilo Fatur chiude il cerchio e per il suo ruolo affronta il pubblico senza timore come un tempo anche se le sue performance sono ben più sobrie di allora. Congedo finale con Emilia Paranoica non prevista in scaletta e qualcuno che raggiunge le prime file per lasciarsi andare.


I Soviet+l'Elettricità - Udine 15 11 2017, Teatro Nuovo Giovanni da Udine I/VIII

I Soviet+l'Elettricità - Udine 15 11 2017, Teatro Nuovo Giovanni da Udine II/VIII

I Soviet+l'Elettricità - Udine 15 11 2017, Teatro Nuovo Giovanni da Udine III/VIII

I Soviet+l'Elettricità - Udine 15 11 2017, Teatro Nuovo Giovanni da Udine IV/VIII

I Soviet+l'Elettricità - Udine 15 11 2017, Teatro Nuovo Giovanni da Udine V/VIII

I Soviet+l'Elettricità - Udine 15 11 2017, Teatro Nuovo Giovanni da Udine VI/VIII

I Soviet+l'Elettricità - Udine 15 11 2017, Teatro Nuovo Giovanni da Udine VII/VIII

I Soviet+l'Elettricità - Udine 15 11 2017, Teatro Nuovo Giovanni da Udine VIII/VIII

FRANZ FERDINAND – Lignano Sabbiadoro, 02 settembre 2017 Arena Alpe Adria

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 09/09/2017)
Fotografie di Simone Di Luca

Sicuramente conoscerete la storia del vaso di Pandora e di cosa accade quando questo viene aperto. Forse starò esagerando perché ora non stiamo a parlare di cose malvagie, ma nessun altro esempio mi viene in mente per poter descrivere la sensazione che ho provato durante l'ascolto dei dischi dei Franz Ferdinand, soprattutto per il primo e omonimo lavoro del 2004. Per rendere chiaro il concetto del mio esempio, rimanendo in ambito musicale, ascoltandoli ho ritrovato suoni e riferimenti a diversi artisti o generi di svariati anni prima, e man mano che li riconoscevo, li catturavo e rimettevo dentro al vaso per facilitarmi nell'ascolto. Inutile spiegare che non sto parlando di plagio o copiatura ma di ispirazione e percorso creativo. Finalmente le stesse sensazioni con i Franz Ferdinand ho potuto provarle anche dal vivo, alla terza volta che li vedevo. La migliore di gran lunga rispetto le altre due, e se mi è concesso dirlo, era ora che questo concerto arrivasse. Sin da subito all’esibizione di Lignano Sabbiadoro, la band ha dimostrato di poter fare molto bene e divertire il pubblico senza dargli tregua, facendolo ballare per tutta la durate del set con una selezione di brani azzeccati e conosciuti da tutti. Take me out, The dark of the matinée e Michael (da Franz Ferdinand del 2004), The fallen e Do you want to (da You Could Have It So Much Better del 2005), Stand on the horizon (da Right Thoughts, Right Words, Right Action del 2013) e Call girl e Save me from myself (da FFS del 2015, inaspettata collaborazione con la storica band americana degli Sparks), sono alcuni dei brani suonati prima di finire il set ordinario con Ulysses (da Tonight: Franz Ferdinand del 2009, forse il capitolo meno riuscito della band). Dopo un'ora giusta di concerto, saluti finali e arrivederci davanti ad un pubblico caldo e soddisfatto sì ma che avrebbe voluto ascoltare qualche brano di più come poi è stato con il consueto rientro sul palco. Così con un lungo, ottimo e strabiliante bis iniziato con Outsider, suonata tra effetti luminosi, synth e Moog, l’Arena Alpe Adria si è riempita di atmosfera e feeling portando lo spettacolo al top, mentre This fire ha fatto ballare l'intero impianto sino alla fine senza lasciare nessuno deluso tra il pubblico. Ancora una volta la nostra Regione ha avuto l'opportunità di ospitare grandi artisti e gli amanti dei concerti hanno fissato la bandierina sulla mappa come luogo dei grandi eventi. Spettacoli sapientemente selezioni e distribuiti sul territorio dagli organizzatori di Azalea.it, che non potevano scegliere un evento migliore per chiudere questa stagione sulla riviera lignanese. Nessun dubbio, non si poteva finire meglio.














Franz Ferdinand-Lignano Sabbiadoro, Arena Alpeadria 02 09 2017 I/IV

Franz Ferdinand-Lignano Sabbiadoro, Arena Alpeadria 02 09 2017 II/IV

Franz Ferdinand-Lignano Sabbiadoro, Arena Alpeadria 02 09 2017 III/IV

Franz Ferdinand-Lignano Sabbiadoro, Arena Alpeadria 02 09 2017 IV/IV

DIAFRAMMA – Trieste, 31 marzo 2017 Teatro Miela

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 03/04/2017)
Immagine da www.miela.it

Nei lontani anni '80 a Firenze succedeva qualcosa di inaspettato e di veramente bello. Una primavera destinata a lasciare il segno negli anni a venire per quanto riguardava l'arte in generale, anche se il solco più grosso del quale è rimasto il segno riguarda sicuramente la musica. Diversi i nomi che sino ad oggi sono ancora sulla bocca di tutti, anche se molti della corrente artistica del tempo che fu hanno cambiato strada e si sono accasati verso poltrone ben più remunerative. Tutto questo è stato raccontato in un bellissimo libro del 2003 dal titolo Frequenze Fiorentine-Firenze anni '80, scritto da Bruno Casini. Molto interessante anche il cd con libretto dal titolo Firenze Sogna! del 1993, forse non facile ormai da recuperare. Da questa mischia sono venuti fuori i Diaframma, band nata come tutte le altre a seguito dell'arrivo delle varie ondate musicali dal Regno Unito o da oltre Oceano, ma poi evolutasi con un'identità propria ancora oggi presente e contraddistinta dai testi delle varie canzoni. Guidati dallo storico Federico Fiumani (voce, chitarra, autore delle liriche e unico elemento rimasto dalla prima ora), i Diaframma vantano una discografia molto ampia dalla quale spicca il disco di debutto Siberia, ancora oggi considerato come uno dei migliori dischi della musica italiana. Chiaramente a tanti anni di distanza per diversi e ovvi motivi non è più la stessa cosa e questo lo sappiamo tutti, ma ne è valsa la pena riempire il Teatro Miela per questo concerto della durata di due ore e conclusosi con ben tre brani fuori programma. La storica Amsterdam, Diamante grezzo, Mi sento un mostro, La mia ragazza dorme la domenica mattina e Ultimo boulevard sono solo alcuni dei brani eseguiti durante la serata che per stessa ammissione di stanchezza del frontman dal palco, ha leggermente calato d'intensità per poi recuperare notevolmente alla fine con alcuni tributi come La canzone dell'amore perduto di Fabrizio De Andrè e See no Evil dei Television. Dopo il bellissimo concerto dei Tuxedomoon dello scorso novembre, ecco un ulteriore perla ritornare in città a ben sette anni di distanza dall'ultima esibizione che allora si svolse in un club. Quella volta sulle note finali del set Fiumani salutò il pubblico dicendo "Siamo solo uno dei tanti gruppi Rock in circolazione. Mi dispiace di avervi deluso." Ma nessuno avrà mai pensato questo. E lui lo sa.

Diaframma - Trieste, 31 03 2017 - Teatro Miela I/II

Diaframma - Trieste, 31 03 2017 - Teatro Miela II/II


LOREENA McKENNITT – Trieste, 23 marzo 2017 Teatro Rossetti

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 27/03/2017)
Fotografie di Fabrizio Caperchi

Foto di Fabrizio Caperchi
I tour unplugged, con sezioni di archi o in formazione ridotta, ultimamente sanno essere delle formule un po’ troppo adoperate pur di richiamare pubblico e rischiano di offrire esibizioni insipide, svilite nel midollo e di conseguenza senza senso. Fortunatamente nel nostro caso la matrice musicale e tradizionale consentono un ritorno alle origini senza correre troppi rischi. Nel corso della sua parabola artistica lunga ben trentadue anni Loreena McKennitt è partita dalla musica tradizionale irlandese per poi metterci dentro un po’ di rock e tanto sapore orientale, fino ad un ritorno da dove era partita. Ci aveva abituati a lunghi viaggi in terre lontane raccontando di personaggi mitici o semplicemente facendoci immaginare sulle note delle sue composizioni, gli itinerari dei suoi viaggi. Ogni disco una nuova avventura, ogni tour una vera esperienza dove un’autentica orchestra fondeva e diffondeva sonorità da sogno. Questa volta però la dimensione è stata rivista e per poter dare vita a questo tour dal titolo Loreena McKennitt - A trio performance (portato a Trieste al Teatro Rossetti da BarleyArts e Zenit srl), si è deciso per uno spettacolo contenuto che allo stesso tempo ha creato un’atmosfera coinvolgente per un pubblico a dir poco caloroso ed entusiasta. Per poter fare questo Loreena McKennitt ha sapientemente rovistato nel baule delle sue composizioni e riproposto ventuno brani divisi in due set per un totale di due ore e mezza circa di spettacolo. Lei, al pianoforte ed arpa celtica oltre che alla splendida voce ancora in piena forma, ha scelto di tuffarsi in questa nuova avventura assieme a due dei suoi fidati collaboratori da oltre vent’anni: Caroline Lavelle al violoncello, organetto, flauto e voce, e Brian Hughes all’oud, bouzouki, chitarre acustiche ed elettriche, dalle quali ha magistralmente tirato fuori suoni decisamente necessari per atmosfere epiche indispensabili a questa serata, lasciandosi andare in modo adeguatamente contenuto negli assoli di The Bonny Swans e Stolen child. L’assenza delle percussioni ha obbligato l’esclusione dalla setlist di brani come Huron 'Beltane' Fire Dance, Marco Polo e The gates of Instanbul, non sono mancati invece All souls night, The dark night of the soul, Dante's prayer e The mummer's dance. Una standing ovation da teatro esaurito, proseguita il giorno successivo sui social tra foto del dopo concerto assieme all'eroina canadese e commenti del tipo "Serata indimenticabile! Da tenere buona per i momenti difficili". Non era la prima volta che la McKennitt suonava in Regione, l'ultima sua apparizione è stata nel 2008, il suo unico concerto a Trieste nel 1998 alla Sala Tripcovich. Speriamo di non dover aspettate tanto altro tempo per il suo prossimo passaggio qui da noi.

Foto di Fabrizio Caperchi










ART GARFUNKEL – Trieste, 13 febbraio 2017 Teatro Politeama Rossetti

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 17/02/2017)
Immagine da www.ilrossetti.it

Chi si sarebbe mai aspettato il leggendario Art Garfunkel in concerto a Trieste? Probabilmente nessuno, e che non si trattasse di uno scherzo lo si era capito sin da subito lo scorso autunno quando la notizia era stata divulgata. Un piacevole fulmine a ciel sereno che ha colto di sorpresa e allo stesso tempo fatto scatenare un’insolita impazienza per l’evento. Un tour europeo arrivato in Italia per quattro date partite proprio da Trieste, città a quanto sembra già conosciuta dall’artista per il legame storico e letterale con Joyce, del quale Garfunkel, divoratore di libri, è un estimatore.
Veniamo all'aspetto musicale della serata, un evento più unico che raro il cui profumo di leggenda rimarrà nell’aria per un bel po’. Più di qualcuno si sarà accomodato in sala chiedendosi quanto sarebbe stato capace di fare ancora con la sua voce a settantacinque anni Arthur Ira Garfunkel, soprattutto dopo i problemi vocali che alcuni anni fa lo hanno costretto ad una pausa. Ma sin dalle prime note ogni dubbio o timore sono stati scacciati. Ovviamente non si stava ad ascoltare la stessa ed inalterata voce che tutti conosciamo, ma certamente di gran lunga meglio conservata ed adoperata rispetto quella di tanti altri colleghi anche più giovani che purtroppo fanno rimpiangere i fasti di un tempo, lasciando l'amaro in bocca e la domanda "ma perchè lo hai fatto?". No, questa volta non è andata così, e per i due set da ottanta minuti da solo con la sua voce Garfunkel ha dato prova di grande abilità, accompagnato dalle splendide note suonate da Tab Laven (chitarra acustica) e Cliff Carter (tastiere e pianoforte). Intimo, delicato e raffinato, come da programma lo show svoltosi al Teatro Rossetti di Trieste, arrivato in città grazie a Show Bees e D'Alessandro & Galli, ha proposto in scaletta brani scelti come omaggio ad autori quali Randy Newman e George Gershwin, e ovviamente cavalli di battaglia del connubio Simon & Garfunkel come The Boxer, secondo titolo in scaletta, l'attesa ed immancabile The sound of silence e Bridge over troubled water, eseguita in chiusura di serata. Saluti finali e congedo dal pubblico con un semplice ma caloroso good night Trieste. Sarebbe stato davvero un peccato non esserci stati.


TUXEDOMOON – Trieste, 25 novembre 2016 Teatro Miela

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 30/11/2016)
Immagine da www.miela.it

Dalla metà degli anni ’70 sino ai primi anni ’80 diverse forme d’arte si sono incontrate dando vita ad un movimento artistico che prende il nome di New Wave, termine con il quale erroneamente il più delle volte si identifica in modo banale soltanto un genere musicale. I percorsi artistici da quella volta sono cambiati oppure maturati, molti di quei musicisti che all'epoca sono saliti sull’onda hanno virato verso sonorità pop mentre altri son rimasti sì nell'ambito ma decisamente diretti verso lidi ben più commerciali rispetto agli inizi. I Tuxedomoon mantengono ancora la loro anima d'origine a quasi quarant'anni di distanza proseguendo sulla medesima strada che nel 1979 assieme ai Chrome, agli MX80 Sound e ai Residents li vedeva comporre il così detto quadrato di San Francisco, presentato al mondo con l'antologia Subterranean Modern e pubblicata dall'etichetta Ralph Records degli stessi Residents in risposta alla produzione No New York di Brian Eno dell'anno prima per svelare la scena musicale della Grande Mela.
Musica di ricerca diretta o proveniente da diverse direzioni, colonne sonore e persino musiche per balletto di Maurice Bejart, fanno dei Tuxedomoon uno dei nomi per eccellenza della New Wave.
Spesso presenti in Italia durante la loro carriera, in molti al concerto del Teatro Miela se li ricordavano nella loro unica esibizione regionale datata 26 marzo 1988 al Palacongressi di Grado.
Lo spettacolo triestino è partito con l'esecuzione per intero del debutto discografico del 1980 Half mute, per il quale alcuni cultori a fine serata asseriscono che il suono poco amalgamato deve essere stato scelto proprio per rimanere fedeli al disco, motivo per il quale si suppone alcuni brani dati per scontati siano rimasti fuori dalla setlist. Si è poi proseguito con East e Jinx del 1981 estratti da Desire, e continuato con Time to loose fino alla più recente Mucho colores del 2007, brano ammaliante dove desertiche chitarre si intrecciano con melodie metropolitane. Tutto questo accompagnato da suggestivi filmati e immagini, alcune delle quali elaborate al momento.
Ci vorrà un po' di tempo prima di vedere un altro spettacolo di pari livello.


16 Novembre: NIRVANA 25th anniversary, Teatro Verdi - Muggia

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 22/11/2016)

Quante cose possono accadere, cambiare o scomparire in un quarto di secolo? Venticinque anni sono tanti, sono una vita, possono sembrare un'eternità alle volte ma in certe situazioni la complicità che si crea tra ricordi, nostalgia e incredulità della leggenda vissuta sembrano accorciare il tempo. Veramente in pochi oramai sono all'oscuro del passaggio dei Nirvana a Muggia nel novembre del 1991, e di quei quasi tutti che oramai lo sanno, sono in tantissimi che si mangiano le mani in quanto all'epoca per svariati motivi hanno marcato visita quella sera. Inutile piangere sul latte versato, indietro non si torna. La serata commemorativa che il 16 novembre scorso ha celebrato nel giorno esatto del venticinquesimo anniversario lo storico concerto, ha regalato ben più di un tributo, ma un resoconto dell'epoca raccontato, commentato e poi suonato in varie rivisitazioni.
La buona pensata dell'Associazione Trieste is Rock organizzatrice dell'evento, è stata quella di coinvolgere quante più persone avrebbero potuto dire la loro raccontando quanto stava musicalmente accadendo qui in zona, come i Nirvana sono arrivati sino a noi e che cosa è successo in quel passaggio nella nostra provincia mettendo in chiaro situazioni e diradando false nebbie alimentate dalla leggenda o assolute falsità ad opera dei soliti immancabili mitomani.
Ecco quindi che la prima parte viene affidata alla professionalità di Elisa Russo che dal palco racconta, spiega e intervista l'organizzatore del concerto degli anni '90, alternando i suoi interventi con le esibizioni di band locali come il duo Beat on Rotten Pilot che a modo loro interpretano brani della band di Aberdeen.
A questo punto la platea è stata riscaldata a dovere ed è il momento di sferrare il colpo finale. Set unplugged e successivamente elettrico con musica ovviamente di Cobain-Grohl-Novoselic, chiudono la serata. L'anagrafica riportata sulla carta d'identità non ha importanza, si coinvolge tutti, anche quelli che all'epoca nemmeno erano stati messi in progetto dai loro genitori. Spazio allora a pacifiche invasioni di palco e stage diving come la foto d'epoca in bianco e nero che girava on line a presentazione della serata.


TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI – Trieste, 31 ottobre 2016 Teatro Miela

Cristiano Pellizzaro per RadioCityTrieste (pubblicato il 05/11/2016)
Immagine da www.miela.it

Non un concerto rientrante semplicemente nel programma di un tour, non un semplice ritorno in città, ma un vero e proprio evento l'esibizione del 31 ottobre al Teatro Miela dei Tre Allegri Ragazzi Morti. La band pordenonese ha suonato svariate volte a Trieste, e proprio qui vent'ani fa muoveva i primi passi. Lo ha ricordato anche Davide Toffolo più volte nel corso della serata, ma questa volta la loro performance live è stata scelta come cerimonia d'apertura del Trieste Science+Fiction edizione 2016, manifestazione presentata a tutti con una locandina che porta la firma quest'anno dello stesso Toffolo che, come oramai sappiamo, alterna la sua prolifica attività musicale a quella di apprezzato fumettista.
Come si diceva poco fa si è trattato di un gradito ritorno, uno dei tanti e frequenti passaggi qui da noi di quello che una volta era un semplice trio Rock come il nome del gruppo lascia intendere. Le cose sono cambiate per tutti in questi anni e la maturità artistica raggiunta e confermata a livello nazionale già da alcuni anni, complici anche i passaggi radiofonici e televisivi, fanno sì che i nostri eroi siano sulla bocca di tutti. In molti li avranno conosciuti e apprezzati solo tre anni fa, quando Jovanotti li ha prima voluti con lui come spalla per il tour negli stadi del 2013, e poi l'anno scorso quando lo stesso Lorenzo ha voluto partecipare alla realizzazione del disco Inumani.
Una carriera iniziata nella loro città di Pordenone, facendosi vedere live su uno dei primi palchi nel giugno del 1994 al Parco Galvani come illustrato nel libro Vent'anni di comunicazione visiva nel laboratorio di Tre Allegri Ragazzi Morti, volume presente l'altra sera al banco del merchandising. Allora erano partiti in tre, hanno macinato chilometri, suonato per un infinità di ore, pubblicata un interessante discografia, ampliato l'organico e dopo vent'anni sono tutt'altro che morti, ma suonano ancora, coinvolgono e divertono.